28 Giu Scopri il tuo talento, crea il tuo lavoro: intervista a Emma Labruna
Cosa vorresti fare da grande? Hai un sogno nel cassetto? Potrebbero sembrare abusati e scontati slogan per incoraggiare disoccupati o inoccupati a intraprendere una carriera o un percorso formativo. Sono invece alcuni degli argomenti trattati dalla Dott.ssa Emma Labruna , Life & Business Coach, nella presentazione del nuovo corso “Scopri il tuo talento, crea il tuo lavoro”, tenutasi presso il Caffè Letterario di Avellino.
Il punto di partenza è stato l’analisi del cambiamento di paradigma nella relazione individuo-società-mondo del lavoro, che si è registrata da quindici, vent’anni a oggi. In passato l’individuo aderiva alla proposta di una società “forte”, che in cambio di una preparazione scolastica ottimale, garantiva l’accesso al mondo del lavoro. Con il perdersi dei valori sociali, l’uomo non ha più trovato una rispondenza nella società e si è di conseguenza affermata l’importanza dell’individuo come singolo, come persona che crea da sé la propria ideologia.
Così ciascuna persona deve necessariamente porsi di fronte al mondo del lavoro in maniera proattiva, scegliendo come, dove, grazie a quali guide e insegnamenti formarsi. Egli, dotato di formazione e cultura, ha accumulato un sapere, potrebbe saper fare, ma gli manca un requisito fondamentale che corrisponde al saper essere. Oggi il mondo del lavoro ci chiede di avere una chiara consapevolezza di chi siamo, che cosa vogliamo fare della nostra vita, che obiettivi vogliamo raggiungere, quali sono le nostre aspirazioni, come intendiamo relazionarci all’interno di un contesto lavorativo.
Fatta questa premessa, si è affrontato l’argomento “rinuncia”, nodo spinoso dei nostri tempi in cui anche i giovani, influenzati da una visione pessimistica del futuro, rinunciano spesso a formarsi e a lavorare. Così rinforzare il nostro saper essere diventa importantissimo per agire in maniera critica, perché se è vero che molte professioni sono scomparse, è vero anche che ne sono nate tante altre: la nostra formazione non può essere solo scolastica, ma deve andare oltre.
Andando a sostenere un colloquio di lavoro oggi, ci troveremmo di fronte a domande del tutto diverse da quelle che ci si aspettava non più di dieci, quindici anni fa. Bisognerebbe essere pronti a rispondere a domande del tipo:
- Perché vorrebbe lavorare con noi?
- Potendo scegliere, per quale lavoro nell’ambito della nostra azienda si proporrebbe?
- Tra tre cinque anni dove si vede?
- Quale contributo pensa di portare alla nostra azienda?
- Qual è il suo valore aggiunto?
- Quali sono i suoi pregi e i suoi difetti?
- Che tipo di persona è?
Ci si rende conto, analizzando queste domande, di come esse effettivamente mirino a informarsi sul saper essere di un individuo, piuttosto che sul saper fare, e a come potrebbero letteralmente “spiazzare” il candidato. Quale consiglio potrebbe dare per aiutare a risolvere tale impasse?
“Lavorare sul saper essere non è utile soltanto a chi deve cercare e trovare un lavoro da dipendente, ma anche e soprattutto a chi vuol farlo mettendo in campo le proprie potenzialità, aspettative e sogni. Riuscire a vedersi in prospettiva in un progetto riguardante il lavoro è molto difficile oggi, e davvero obbliga a lavorare innanzitutto sulla conoscenza di sé. Ognuno di noi ha una sua filosofia di vita, formata dai valori che, anche inconsapevolmente, ha assunto e dai motivi che lo spingono ad andare avanti.
Il coaching è una metodologia che, mediante una relazione creativa, aiuta a riconoscere i propri obiettivi e a realizzarli come progetti, trasformando gli ostacoli interiori in processi di cambiamento e sviluppo personale. In qualsiasi processo di orientamento la parte più critica e più trascurata è quella di individuazione dei sogni, che sono spesso la linfa che alimenta la motivazione. La stessa che non ci fa demordere di fronte alle difficoltà che inevitabilmente si presentano. Se non si hanno aspirazioni, non si riesce ad affrontare il mondo del lavoro in modo costruttivo. Spesso la causa del fallimento è proprio non aver ascoltato le proprie vocazioni.”
Durante il seminario introduttivo, sono stati molti i richiami alla storia e alla psicologia, come anche all’economia e alla società, ma uno in particolare è stato molto interessante: il riferimento a Maslow, secondo il quale la realizzazione corrisponde al benessere dell’anima. Non possiamo sentirci soddisfatti se non riusciamo a realizzare le nostre potenzialità. Tutto questo implica anche una grande propensione al sacrificio, quindi alla virtù?
Spesso, additando una persona di successo, si tende a vedere il risultato, ma non a considerare il processo: ci si dimentica di quanti sacrifici abbia fatto per arrivare dov’è! La strada della realizzazione dei nostri sogni, sebbene entusiasmante, richiama la necessità di esercitare la pazienza, la perseveranza, la capacità di non lasciarsi scoraggiare dagli inevitabili ostacoli, anche interiori, che possiamo incontrare.
E’ per questo che, quando ci si pongono degli obiettivi di crescita fondati su una “motivazione intrinseca”, si cresce e si migliora complessivamente come persone. Acquisire la capacità di fare un progetto su di sé diviene un nuovo modello di comportamento che può essere applicato anche più volte nella vita.
In che modo si esprime l’autorealizzazione secondo Maslow?
L’autorealizzazione si esprime attraverso un forte grado di realizzazione di sé, l’assenza di paura dell’altro e delle proprie emozioni. Maslow afferma che “le persone intelligenti dovranno usare la loro intelligenza, le persone dotate di occhi dovranno impiegarli, le persone dotate di capacità di amare avranno l’impulso e la necessità di amare per sentirsi sane. Le attitudini PRETENDONO di essere sfruttate e cessano di protestare soltanto quando vengono adoperate in misura sufficiente. Le capacità sono bisogni e pertanto sono pure valori intriseci”.
Molto dipende quindi dall’amor proprio e dall’individualismo, dato che chi è individualista sa bene quali siano i suoi obiettivi e li raggiunge a tutti i costi. Ma in presenza di problemi come l’insicurezza, l’assenza di autostima, nonché l’amarezza, come per chi abbia appena perso il lavoro, quali sono i consigli che si sentirebbe di dare? Spesso le persone si creano degli pur di non affrontare la delusione e la sofferenza di mettersi in discussione. Cosa ne pensa?
In primo luogo, la filosofia del Coaching Umanistico (sulla quale mi sono formata) è basata sullo sviluppo delle principali virtù dell’individuo che sono saggezza, coraggio, giustizia, umanità, trascendenza e temperanza, e che si declinano in un insieme di ventiquattro potenzialità. Quindi l’autorealizzazione è legata allo sviluppo di tali virtù e non “a qualunque costo”. Lo scopo infatti è quello di una buona vita, di una vita felice, pertanto il perseguimento degli obiettivi lavorativi deve avvenire in armonia con gli altri valori dell’individuo.
L’autoefficacia, cioè la capacità di porsi degli obiettivi e raggiungerli, viene allenata durante il percorso di coaching, così come attraverso obiettivi che siano gradualmente stimolanti per l’individuo. Il superamento del pessimismo indotto dalle esperienze negative del passato, che può diventare persistente, pervasivo e permanente (come sottolinea Seligman nel suo “Imparare l’ottimismo”), avviene attraverso una serie di allenamenti che emergono dalla relazione creativa tra il coach e il cliente, relazione che è sempre unica e non standardizzabile.
Nell’insieme delle caratteristiche che rendono unico ogni individuo esistono anche diversi tipi di intelligenze?
Secondo uno studio condotto da H. Gardner e pubblicato in un testo dal titolo “Formae Mentis” ( che prendeva spunto dal famosissimo “Intelligenza emotiva” di D. Goleman), esitono ben sette forme di intelligenza: linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, intrapersonale ed interpersonale. Se si considera che nella scuola vengono privilegiate l’intelligenza linguistica e quella logico-matematica, è evidente che le persone dotate di altri tipi di intelligenza (si pensi a quella corporeo-cinestetica) non potranno inserirsi in modo armonico in un contesto scolastico tradizionale, sebbene magari possiedano talenti atletici fuori dal comune come strumenti di autorealizzazione.
Quale consiglio vuole dare a chi si trovi in situazioni di difficoltà in relazione al lavoro?
In primo luogo quello di non isolarsi e non temere di esprimere il proprio disagio. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale che investe chiunque si trovi in una fase di passaggio, dalla scuola al mondo del lavoro, dalla condizione di lavoratore a quella di disoccupato, ma spesso anche da quella di lavoratore a quella di pensionato. Il bisogno che sottende a tale disagio è quello di sentirsi ancora utili, di relazionarsi attraverso le proprie capacità e competenze, di preservare la propria indipendenza e autonomia. Bisogna trovare il modo per soddisfare tale necessità.
La figura del coach è sicuramente un buon supporto per affrontare situazioni di difficoltà che chiunque può attraversare nel corso della vita. Da tale rapporto possono creativamente emergere nuove prospettive di sviluppo basate sulle caratteristiche positive che ogni persona possiede.
Note: liberamente ispirata ai testi di Maria Paola Battista (italia.eu)