Talenti senza lavoro? Come riuscire a fare ciò che ami e decidere quanti soldi guadagnare

Talenti senza lavoro? Come riuscire a fare ciò che ami e decidere quanti soldi guadagnare

Oggi un numero sempre crescente di persone si trova a dover fare i conti con la perdita del lavoro o con l’impossibilità di entrare nel mondo del lavoro e questo si riverbera inevitabilmente sulla loro possibilità di realizzarsi.

Le persone si sentono impotenti anche perché, in una società come la nostra basata su un’economia capitalistica e consumistica, il denaro è l’unico mezzo attraverso il quale esprimiamo le nostre preferenze e possiamo accedere a ciò che desideriamo o amiamo – che alla fine è ciò che ci caratterizza come individui. Marx affermava:

“Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione,

ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare,

quello sono io stesso”

Risulta pertanto evidente come se non abbiamo un lavoro e quindi una disponibilità di denaro, ne facciamo un fatto personale, ci sentiamo impotenti, sbagliati, sfigati: non siamo nessuno. Quello che però non ci è stato detto è un assunto fondamentale del nostro sistema economico secondo il quale

“Le economie capitalistiche prevedono una disoccupazione strutturale e crisi cicliche”.

Il sociologo del Lavoro D. De Masi nel suo libro Lavorare gratis, lavorare tutti, sostiene:

“il lavoro viene negato a un numero crescente di individui che quindi sono gettati nella disperazione,  questo orrore umano ed economico deve essere contrastato e deve essere immaginata una società diversa, più solidale e più attenta ai bisogni integrali delle persone. Anche indicando nuove strade da percorrere”.

Ciò è tanto più vero oggi che stiamo passando da una economia industriale ad una tecnologica e robotica, dove  sempre più il lavoro dell’uomo può essere sostituito da quello delle macchine.

Già negli anni ’60 Hanna Arendt si chiedeva:

“Cosa succede ad una società fondata sul lavoro, quando il lavoro non c’è?”

E’ evidente che la domanda da farci è:

E’ possibile ancora oggi ritenere valido il concetto di lavoro espresso dalla nostra Costituzione?

L’idea allora era di prestare il proprio tempo e le proprie competenze (acquisite in un percorso scolastico definito) in cambio di denaro. In altre parole, il lavoro era per lo più qualcosa che qualcuno doveva darci, che lo Stato doveva  assicurarci. Ma è ancora oggi sostenibile questa visione?

L’agire umano può essere definito come lavoro, opera o attività. Se per lavoro intendiamo prevalentemente quello che svolgiamo in cambio di un salario o di uno stipendio alle dipendenze di altri, come attività od occupazione intendiamo invece un lavoro autonomo o professionale, caratterizzato da maggiore discrezionalità organizzativa e temporale, i cui proventi non sono necessariamente legati a scadenze mensili ma piuttosto ad incarichi e consulenze. Infine,  intendiamo come opera quella che ha connotazioni più creative ed artistiche sia che riguardi scrittori, pittori, comunicatori in genere, ecc.

E’ di tutta evidenza come l’avvento delle nuove tecnologie abbia consentito la creazione di molte nuove attività che possono diventare fonte di reddito. E che sono partite spesso dagli interessi e dalle passioni che alcune persone avevano e che hanno trasformato in fonte di guadagno, grazie ad Intenet e ai social media.

Questa silenziosa rivoluzione risponde all’esigenza di trasformare il lavoro tradizionale in un’attività che è sempre più legata alle competenze individuali (innate o acquisite) e ad una sempre maggiore autodeterminazione e di conseguenza, realizzazione personale.

Per facilitare tale passaggio, è evidente come sia necessaria anche una nuova prospettiva dell’educazione che consenta sempre più agli individui di acquisire consapevolezza delle proprie potenzialità e propensioni, di sviluppare una maggiore indipendenza di pensiero e di azione.

L’attuale educazione infatti  ci abitua ad avere qualcuno che ci dica cosa fare, sviluppando per lo più una mentalità dipendente. Il futuro deve formare individui che siano sempre più in grado di autodeterminarsi ovvero di avere consapevolezza di chi sono e come possono “mettersi al servizio” degli altri.

Nella Firenze del Rinascimento non esisteva separazione tra lavoro e non-lavoro (a cui ci ha abituato la società industriale con il trasferimento in massa delle persone verso le fabbriche o gli uffici). La bottega rinascimentale era spesso attigua alla casa dell’artigiano, così nella cellula abitativa coesistevano l’artigiano, i suoi familiari e i suoi apprendisti costituendo “un piccolo sistema socio-tecnico e interdisciplinare particolarmente adatto a fecondare la creatività. All’imbrunire, quando la mancanza di luce rendeva impossibile continuare il lavoro, la bottega si trasformava in un circolo dove c’era un andirivieni di curiosi e visitatori.

Alcune botteghe come quelle di Raffaello e Taddeo Gaddi, erano dei veri e propri club dove ci si riuniva e si parlava di arte e si facevano altri “bellissimi discorsi e dispute d’importanza” come riferisce Vasari”. (De Masi, Smart working – 2020)

Questo contesto socio-economico in cui confluivano lavoro e vita,  fu in grado si generare uno dei periodi di maggiore splendore creativo della storia.

Oggi lo smart working, ha reso necessario un ritorno alla commistione tra tempi di lavoro e non-lavoro. E ci auguriamo possa contribuire a ricostruire una società in cui sia sempre più possibile una visione integrata dell’attività delle persone, che coniughi discorso e azione (Hanna Arendt), ovvero valori, interessi, talenti e possibilità di guadagnare contribuendo a soddisfare le necessità della società.

Nel nuovo paradigma del lavoro, il lavoratore dovrà chiedersi “Come posso apportare, con  le mie capacità, maggior valore alla vita degli altri? Come posso migliorare la vita delle persone grazie al mio agire?”

Non c’è più un individuo che, per soddisfare i suoi bisogni, è  in cerca di qualcuno che gli dia un lavoro, ma una persona consapevole che è disposta ad impegnarsi per esprimere  le sue competenze, doti e talenti e per contribuire al benessere suo e della società in cui vive.

E’ evidente che la prospettiva è del tutto opposta alla precedente.

 

Se anche tu sei alla ricerca di una maggiore integrazione tra tempi di vita e di lavoro e se ti è piaciuto questo articolo, ti invito a visitare il mio sito www.emmalabruna.it .

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Grazie per l’attenzione.