25 Giu Il ruolo della scuola nell’orientare i giovani verso il futuro – Maddalena Guerriero
Spesso, nel corso degli anni universitari, ho riflettuto su quanto la scuola avesse potuto in qualche modo prevenire le difficoltà che ho incontrato in seguito e dipanare dubbi e dilemmi che invece ho dovuto faticosamente risolvere da sola, proprio quando sarebbe stato il momento di sbocciare nel mondo.
Ho riflettuto su quanto sia sbagliata la mentalità con cui cresciamo: “prima il dovere e poi il piacere”. Come se il dovere non potesse essere in qualche modo piacevole o coincidere col piacere: questo ci porta in seguito a vedere il lavoro che facciamo solo come un dovere o a scegliere un lavoro che “ ci pesa” perché tanto è solo il mezzo con cui guadagnarci momenti di piacere.
E trovo riscontro di ciò nella società in cui viviamo, popolata di adulti stressati e scontenti, che vivono faticosamente e corrono freneticamente verso il successo, a volte senza sapere neanche dove stanno andando, come meri componenti di una catena di montaggio soffocante.
Non dovremmo mai dimenticare di essere liberi e non soggiogati al sistema e che il lavoro nobilita l’uomo quando gli consente non solo di arricchirsi culturalmente e di rendersi utile al mondo, ma anche di incanalarsi in un suo personale percorso creativo di crescita ed evoluzione continua.
Il ruolo della scuola come protagonista nell’indirizzare e favorire lo sviluppo autonomo delle capacità creative individuali era già stato individuato e codificato da Maria Montessori all’inizio del secolo scorso, ma il metodo da lei definito trova ancor oggi un’applicazione assai limitata. Oggi la scuola sembra aver abdicato al suo ruolo di promotrice dell’avanzamento sociale per ridursi anch’essa un ingranaggio del sistema in cui insegnanti ormai disillusi, si limitano a fornire un metodo di studio e quel minimo di cultura di base per poter affrontare un successivo percorso di studi.
La mia scuola ideale ha al centro del proprio impegno lo studente e non lo studio; non si limita cioè all’insegnamento di materie ma ha come obiettivo essenziale lo sviluppo della personalità dello studente , il favorire l’emergere delle sue inclinazioni e doti naturali.
Questa esigenza di rinnovamento è fortemente sentita e molti studiosi stanno cercando di proporre nuovi modelli educazionali basati sui loro studi sui diversi tipi di intelligenza. Il fine è proprio quello di aiutare ciascuno studente a sviluppare la sua intelligenza prevalente, mettendolo così in grado di affrontare con minor fatica un mondo del lavoro sempre più competitivo. A questo proposito sono interessanti i testi di Golemann che pone tra l’altro l’accento sull’intelligenza emotiva, sul ritorno alla valorizzazione dell’intuitività e delle facoltà creative che negli ultimi decenni sono state accantonate in favore del metodo e della tecnica, della razionalità e del ragionamento logico.
Purtroppo è anche vero che siamo una generazione di giovani che ha vissuto la grande crisi economica e sociale proprio negli anni dell’adolescenza. Siamo nati a cavallo degli anni ’80 e ’90 in una società ancora non contaminata dalle asfittiche dinamiche relazionali a cui ha portato l’enorme accelerazione dello sviluppo tecnologico. Abbiamo prima beneficiato degli ultimi effetti del boom economico e goduto della spensieratezza e genuinità di un mondo che ancora si reggeva su principi e valori umani solidi, per poi precipitare in una crisi che ha fatto sì che le menti e le vite si indirizzassero sempre di più verso un utilitarismo esasperato piuttosto che al benessere spirituale.
Ne siamo usciti ritrovandoci in un mondo cambiato dalla tecnologia e con ritmi di vita disumani che oltre a confermare ciò che già un’educazione ormai desueta e la crisi avevano creato ( un mondo di automi dediti al lavoro e incuranti della crescita spirituale e della comunicazione interpersonale) ha portato ripercussioni anche sui rapporti sociali e sulla capacità di comprendersi e “sentirsi” l’un l’altro nei momenti di difficoltà.
Quest’analisi però non ci può giustificare completamente, ma deve essere stimolo a cambiare le dinamiche che si sono create e continuare a credere in un mondo migliore.
Come può rimodernarsi allora la scuola di oggi per favorire quello sviluppo creativo e individuale di cui parlavo? Una possibilità potrebbe essere mutuare alcuni aspetti del modello d’istruzione statunitense inserendo ad esempio una maggiore varietà di discipline e laboratori didattici, anche più adeguati all’ampliamento attuale dello scibile e all’informatizzazione che si è avuta negli ultimi anni, in una fase in cui ciò possa aiutare lo studente a comprendere meglio e sviluppare le proprie attitudini, anche nel mondo del lavoro, superando la situazione attuale in cui si sceglie un indirizzo (sia a livello di scuole medie superiori sia universitario) senza la piena consapevolezza di ciò che si andrà a fare e quasi sempre senza la possibilità di modifiche.
Lo studente dovrebbe in altre parole, trovarsi di fronte a un “menù” in cui alcune “portate” (le conoscenze di base) sono obbligatorie e tutte le altre possono essere scelte, provate, accantonate o approfondite, entrare o meno a far parte del proprio curriculum “ufficiale”.
Un modello ideale potrebbe essere quello in cui si superano i vari istituti specialistici in favore di una scuola unica in cui ci sia un nucleo di discipline obbligatorie e una ampia e diversificata offerta di corsi a scelta a cui possano accedere studenti anche di età diverse e di diverso orientamento. Questo modello potrebbe amplificare lo scambio di conoscenze ed esperienze e sarebbe di stimolo anche per i docenti che potrebbero misurare il loro successo dall’attrattività dei corsi che sostengono.
Potrei proporre infiniti esempi: laboratori informatici, attività pratiche e manuali, corsi di teatro, progetti editoriali, studi sociali e giuridici che aiutino a capire le problematiche che gli stessi ragazzi vivono quotidianamente e a difendersi da alcuni rischi che ne conseguono (bullismo, cyber–stalking), corretto uso del web, educazione civica, politica, comunicazione.
In definitiva, un modello che non settorializzi o tecnicizzi eccessivamente la società ma soprattutto consenta lo sviluppo delle capacità personali (capacità di comunicare, empatia, consapevolezza e gestione delle emozioni proprie ed altrui), quelle che nella scuola vengono definite meta competenze. In questo modo potrebbe essere maggiormente “scuola di vita” e non solo scuola di nozioni.