L’ascolto: bacchetta magica nelle relazioni, non solo con i figli

L’ascolto: bacchetta magica nelle relazioni, non solo con i figli

Abbiamo una bella famiglia, una casa, di che vestirci e mangiare, facciamo vacanze, abbiamo amici… Tuttavia, spesso quelle che potrebbero sembrare le migliori condizioni per la felicità sono ostacolate da incomprensioni, difficoltà relazionali che ci spingono a mettere tutto in discussione.

Così cominciamo a cercare i colpevoli, a enumerare i difetti di chi ci sta vicino e in fondo a ritenerli responsabili della nostra insoddisfazione. E se fosse solo un problema di comunicazione?

Le attuali difficoltà nelle relazioni tra marito e moglie, genitori e figli, insegnanti e alunni, derivano principalmente da modalità di comunicazione che non riescono a esprimere realmente come ci sentiamo e quello che vorremo. In realtà siamo molto impreparati in queste materie. A volte pensiamo di essere arrabbiati, ma invece ci sentiamo frustrati, o preoccupati e spaventati. Non siamo abituati a riconoscere e accettare le nostre emozioni e i sentimenti, e a comunicarli agli altri a cui chiediamo in pratica di “leggere nei nostri pensieri”! Allo stesso modo, sappiamo bene ciò che non vogliamo, ma se ci chiedono “tu come vorresti che andassero le cose?”, restiamo un po’ spiazzati.

Ebbene, per far funzionare le nostre relazioni c’è una competenza nuova da imparare. Niente di impossibile, eppure richiede impegno. E’ la capacità di ascoltare. Per acquisirla è necessario:

  • la presenza assoluta, cioè con tutto il nostro essere;
  • mettere da parte noi stessi: quello che è capitato a noi di simile, ecc. Invece: silenzio. Per esserne certi, meglio contare fino a cinque dopo che l’altro ha smesso di parlare;
  • non dare consigli e suggerimenti per aggiustare le cose (questo punto è uno dei più difficili da evitare!);
  • non rassicurare;
  • non penderla sul personale (altro tasto dolente!);
  • dare a chi ci sta di fronte tutto il tempo e lo spazio per esprimersi completamente e per sentirsi compreso (l’impresa appare davvero titanica!).

 

Quando l’altro smette di parlare, non è finalmente arrivato il nostro turno (ebbene no!) ma è necessario attuare l’ascolto attivo, ovvero:

  • dare un messaggio all’altro che abbiamo compreso ciò che ha detto, ripetendolo e dando empatia.

 

Questo passaggio ci fa sentire in completa sintonia, la persona si sente finalmente vista, compresa, accolta.

Vediamo però ora un altro caso assai comune con ragazzi e adolescenti: la capacità di “ascoltare il silenzio, il non detto”. Per acquisirla è necessario:

  • la presenza assoluta cioè con tutto il nostro essere;
  • osservare interessi e passioni, senza pregiudizi (es. e se la passione per le armi rivelasse una necessità di difendersi?);
  • entrare in empatia con i messaggi non verbali, la postura, l’espressione del viso, ecc.;
  • esprimere le nostre emozioni di fronte al suo silenzio (preoccupazione, rabbia, tristezza);
  • imparare a fare le domande.

 

La capacità di ascoltare, a mio avviso, ha molto a che fare con la capacità di ricevere, di percepire e di accogliere la ricchezza che l’altro porta nella nostra vita. Inoltre riguarda la capacità di sentici “connessi”, che è una fantastica caratteristica delle relazioni. Allora vale la pena di provare a svilupparla.

Il vantaggio “secondario” poi è quello che ci fa entrare maggiormente in connessione con le nostre emozioni. Fare il vuoto dentro di noi per accogliere l’altro, fa risuonare più chiaramente quello che noi stessi proviamo, ci istruisce e ci educa a comunicarlo.

Certo, richiede un po’ di allenamento. Ma il risultato è fare pace con noi stessi e con i nostri cari.

 

Note:

M.B. Rosemberg – Le parole sono finestre (oppure muri) – Esserci Edizioni